Lun. Ott 18th, 2021

Il dibattito sui fabbisogni previdenziali, attuali e futuri, è spesso incentrato sulle caratteristiche tipiche del lavoro dipendente, dimenticando gli oltre quattro milioni di iscritti alla Gestione Separata ed alle Gestioni del Lavoro Autonomo Inps che – senza contare gli iscritti alle casse professionali – formano ormai una parte importante del sistema economico italiano. Ciò è fondamentale alla luce del patto generazionale che è alla base del nostro sistema previdenziale (basti pensare che, ad esempio, il rapporto attivi/pensionati nella Gestione Commercianti è superiore alla media di sistema).

Inoltre, se l’integrazione sempre più stretta tra primo e secondo pilastro previdenziale è certamente una necessità per i lavoratori dipendenti attuali, per i quali il tasso di sostituzione (rapporto tra reddito medio e pensione media) si attesta già oggi intorno al 60%, lo è ancor più per queste figure – lavoratori autonomi e professionisti – che attualmente registrano un rapporto tra reddito e pensione media sensibilmente più basso e di poco superiore al 50%.

Risparmio difficile per gli autonomi

Nonostante questo, su poco più di nove milioni di posizioni in essere tra le diverse forme pensionistiche complementari a fine 2020, appena 2,6 milioni sono riferibili al lavoro autonomo e alle professioni per neanche il 28% del totale. Se nel caso del mondo del lavoro dipendente i motivi di un non soddisfacente grado di adesione alla previdenza complementare sono abbastanza evidenti – scarsa cultura previdenziale (e finanziaria), poca informazione, funzione del Tfr, incertezze del mercato del lavoro ecc. – nel caso del lavoro indipendente si aggiungono difficoltà di accantonamento ulteriori, dovute sia ad una contribuzione di primo pilastro totalmente a carico dei soggetti che all’andamento stesso delle attività economiche.

Tanto più in una fase incerta come quella che attualmente viviamo, in particolar modo nel settore del terziario di mercato, con un 2020 che vede una riduzione del saldo complessivo del numero di imprese di circa 300mila unità – e di 200mila lavoratori autonomi – secondo le ultime stime dell’Ufficio Studi Confcommercio. Eppure, proprio in un momento come questo era importante mettere a disposizione di questi imprenditori, professionisti e lavoratori autonomi uno strumento che non solo fosse in grado di offrire una soluzione efficiente di previdenza complementare, a costi estremamente ridotti rispetto ai prodotti individuali fino ad oggi disponibili, ma che rappresentasse anche un efficace strumento di risparmio le cui diverse opzioni potessero essere utili non solo al momento del pensionamento ma anche – se necessario – nel corso di particolari momenti legati alle specifiche attività economiche.

L’allargamento dei criteri di adesione

Facendo quindi leva sull’esigenza di massimizzare i vantaggi connessi agli strumenti della bilateralità già previsti nel settore, si è sì scelto di istituire una forma pensionistica di natura collettiva da destinare ai lavoratori autonomi e liberi professionisti – rispondendo in tal modo alle esigenze previdenziali dell’intera platea dei soggetti rappresentati – ma di farlo prevedendo che lo strumento per l’attuazione di tale forma non fosse però un nuovo Fondo ma il Fondo Fon.Te. (Fondo Pensione Complementare per i dipendenti da aziende del terziario (commercio, turismo e servizi) che diventerebbe così un vero e proprio fondo di sistema del terziario, sfruttando le economie di scala già raggiunte e creando nuove potenziali sinergie grazie all’ampliamento del bacino dei destinatari, possibile anche in forza dello stimolo reciproco delle adesioni tra imprenditori e lavoratori iscritti al medesimo fondo pensione.

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